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Quando parlare con tutti non significa appartenere a un gruppo

2026-10-20 10:14

Simona Gibroni

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Quando parlare con tutti non significa appartenere a un gruppo

Parlare con tutti non significa voler appartenere a un gruppo. L’otroverso ama gli incontri, ma cammina libero seguendo il proprio sentiero.

Per molto tempo mi sono definita introversa. Qualche volta persino asociale.

Poi le mie amiche hanno cominciato a chiedermi, scherzando: «Con chi hai attaccato bottone oggi?». E mi sono accorta che qualcosa non tornava. 

Posso parlare con una persona incontrata per caso, soprattutto se ha accanto un bel cane, posso iniziare una conversazione con naturalezza, ascoltare una storia e raccontare qualcosa di me, non ho necessariamente paura degli sconosciuti, le parole che mi mancano sono quelle che cercano di rispondere ad una domanda invadente, restando gentile. 

I gruppi mi mettono a disagio e la scoperta della parola “otroversa”.

Le persone mi piacciono quando le incontro una alla volta. Quello che non sento è il bisogno di appartenere a una cerchia, di condividere un’identità collettiva o di riconoscermi in un “noi”.

Una parola per chi guarda altrove

Il termine “otrovert” è stato proposto dallo psichiatra Rami Kaminski nel libro “The Gift of Not Belonging”, pubblicato nel 2025. (Il dono di non appartenere)

Deriva dallo spagnolo “otro”, che significa “altro”. Se l’introverso rivolge la propria energia verso l’interno e l’estroverso verso l’esterno, l’otroverso guarda in un’altra direzione: non necessariamente lontano dalle persone, ma fuori dall’orientamento comune del gruppo.

Non si tratta di una diagnosi e nemmeno di una categoria psicologica scientificamente consolidata, è un concetto recente, una possibile chiave di lettura. E forse è proprio questo il suo valore: non chiuderci dentro un’altra etichetta, ma dare luce a una sfumatura rimasta a lungo senza nome.

L’otroverso può essere socievole, comunicativo e perfino espansivo, può avere amicizie profonde e provare un sincero interesse per gli altri, ciò che gli manca non è la capacità di creare legami, ma l’impulso ad appartenere a un gruppo. 

Ed ecco perché quella parola mi ha incuriosita. Non mi sono mai sentita davvero parte di un branco, neppure quando il branco mi accoglieva. Preferivo considerarmi “la ragazza fuori moda”.

Non sono le persone: è il gruppo

Una persona, da sola, possiede una voce, una storia, fragilità e contraddizioni. In un gruppo, invece, può nascere un’identità collettiva: si adottano abitudini, linguaggi, rituali e opinioni condivise.

Per molti è rassicurante, sentirsi parte di qualcosa protegge dalla solitudine e offre un posto riconoscibile nel mondo. Per altri, quella stessa appartenenza può diventare stretta.

Non mi pesa stare fuori dal gruppo, mi pesa dover diventare simile al gruppo per potervi restare. 

Forse è per questo che posso sentirmi a mio agio parlando con uno sconosciuto e, nello stesso tempo, desiderare di fuggire da una cena numerosa. Nella conversazione individuale posso incontrare davvero qualcuno, nel gruppo devo seguire molte voci, intuire regole non dette e trovare il momento giusto per inserirmi in un ritmo che raramente mi appartiene. Non mi sento esclusa, mi sento semplicemente altrove.
 

L’appartenenza che gli altri si aspettano

Viviamo in una società che considera l’appartenenza quasi sempre un bene. 

A scuola si incoraggia il lavoro di gruppo. Nel mondo professionale bisogna dimostrare spirito di squadra. Nella vita privata si dà per scontato che avere molti amici, partecipare agli eventi e sentirsi parte di una comunità siano segni di equilibrio e felicità.

Chi resta ai margini viene facilmente percepito come timido, triste, altezzoso o incapace di socializzare. ma non tutte le persone sole si sentono sole, e non tutte le persone circondate dagli altri si sentono accompagnate.

Esiste anche una solitudine scelta, abitata e fertile. Uno spazio nel quale non si fugge dal mondo, ma si torna a percepire la propria voce senza il brusio delle aspettative collettive. 

Per chi non possiede un forte bisogno di appartenenza, stare da soli non è necessariamente una mancanza. Può essere una condizione naturale, come il silenzio di una casa dopo che tutti sono andati via.
 

Socievoli, ma senza fare branco

Essere otroversi non significa disprezzare le persone o ritenersi superiori al gruppo. Non significa neppure essere immuni dal bisogno d’affetto.

Si può desiderare una relazione profonda, un’amicizia sincera, una conversazione che duri ore. Si può essere affettuosi, curiosi e disponibili. Semplicemente, il legame nasce con la persona e non con la cerchia alla quale appartiene.

Forse è anche per questo che gli incontri casuali possono essere così piacevoli. Non portano con sé obblighi di continuità, ruoli da mantenere o regole da imparare. Due vite si sfiorano, si raccontano qualcosa e poi riprendono la propria strada.

È una vicinanza senza possesso.

Il paradosso è che chi non ama i gruppi può amare moltissimo gli esseri umani. Forse proprio perché preferisce incontrarli prima che diventino una categoria, una fazione o un coro.

Il lato libero e quello difficile

Non dipendere troppo dall’approvazione di un gruppo può rendere più liberi. Permette di cambiare opinione senza temere di tradire una tribù. Aiuta a osservare le dinamiche collettive da una certa distanza e a riconoscere quando l’appartenenza sta diventando conformismo.

Ma questa indipendenza ha anche un prezzo.

Restare fuori significa non avere sempre una rete pronta ad accoglierci, significa essere fraintesi, apparire distanti o non partecipi. Durante l’adolescenza, quando appartenere sembra indispensabile, può far sentire profondamente sbagliati.

Anche da adulti può essere faticoso spiegare che un rifiuto non nasconde un’offesa, che il silenzio non è ostilità e che il bisogno di ritirarsi non cancella l’affetto.

A volte vorremmo semplicemente poter dire: «Ti voglio bene, ma non desidero fare tutto insieme».

Una parola, non una nuova gabbia

Non so se io sia davvero otroversa. E, in fondo, non ho bisogno di stabilirlo con certezza.

Le parole che descrivono la personalità possono essere finestre, ma rischiano di diventare stanze chiuse se cominciamo a usarle per spiegare ogni nostro gesto.

Questa parola, però, mi ha aiutata a comprendere una contraddizione soltanto apparente: posso parlare con tutti senza desiderare di appartenere a tutti. Posso cercare il contatto e proteggere la mia indipendenza. Posso amare le persone senza amare i gruppi.

Non è detto che chi cammina fuori dal branco si sia perso.

Forse sta soltanto seguendo un sentiero meno affollato, dove gli incontri sono più rari ma i volti si distinguono meglio. E dove si può stare accanto agli altri senza dover diventare uguali a loro.